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03/07/13

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130 anni fa, il 3 luglio 1883, nasceva a Praga, in una casa dell’Altstädter Ring, Franz Kafka. Suo è il racconto che fu pubblicato postumo e che qui appare nella traduzione di Ervino Pocar, seguita dall’originale in tedesco.


Franz Kafka

Vita in comune

[1920]

Siamo cinque amici, una volta uscimmo da una casa l’uno dopo l’altro, il primo uscì e si mise presso la porta, poi venne o meglio scivolò come una pallina di mercurio il secondo e si mise poco lontano dal primo, poi il terzo, poi il quarto, poi il quinto. Alla fine eravamo tutti in fila. La gente si accorse di noi e indicandoci diceva: I cinque sono usciti poco fa da questa casa.
Da allora viviamo insieme, sarebbe una vita pacifica, se non vi si immischiasse continuamente un sesto. Non ci fa niente di male; ma ci dà fastidio e non è poco; perché s’intrufola dove non lo si desidera? Non lo conosciamo e non vogliamo accoglierlo fra noi. Vero è che anche noi cinque non ci conoscevamo prima e, se vogliamo, non ci conosciamo nemmeno adesso, ma ciò che per noi è possibile ed è tollerato, per quel sesto non è possibile e non viene tollerato. Inoltre siamo in cinque e non vogliamo essere in sei. In genere, che senso può avere questo stare continuamente insieme? Non ha senso nemmeno per noi cinque, ma oramai siamo insieme e ci rimaniamo; non vogliamo però un’aggiunta, appunto in base alle nostre esperienze. Ma come si fa a farlo capire al sesto? Lunghe spiegazioni sarebbero già quasi un accoglierlo nel nostro circolo; preferiamo non dare spiegazioni e non accoglierlo. Per quanto torca le labbra, lo respingiamo coi gomiti, ma per quanto lo si respinga ritorna sempre.

(da: Franz Kafka, Racconti. A cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1970, p. 435)


Gemeinschaft

Wir sind fünf Freunde, wir sind einmal hintereinander aus einem Haus gekommen, zuerst kam der eine und stellte sich neben das Tor, dann kam oder vielmehr glitt so leicht, wie ein Quecksilberkügelchen gleitet, der zweite aus dem Tor und stellte sich unweit vom ersten auf, dann der dritte, dann der vierte, dann der fünfte. Schließlich standen wir alle in einer Reihe. Die Leute wurden auf uns aufmerksam, zeigten auf uns und sagten: »Die fünf sind jetzt aus diesem Haus gekommen.« Seitdem leben wir zusammen, es wäre ein friedliches Leben, wenn sich nicht immerfort ein sechster einmischen würde. Er tut uns nichts, aber er ist uns lästig, das ist genug getan; warum drängt er sich ein, wo man ihn nicht haben will. Wir kennen ihn nicht und wollen ihn nicht bei uns aufnehmen. Wir fünf haben zwar früher einander auch nicht gekannt, und wenn man will, kennen wir einander auch jetzt nicht, aber was bei uns fünf möglich ist und geduldet wird, ist bei jenem sechsten nicht möglich und wird nicht geduldet. Außerdem sind wir fünf und wir wollen nicht sechs sein. Und was soll überhaupt dieses fortwährende Beisammensein für einen Sinn haben, auch bei uns fünf hat es keinen Sinn, aber nun sind wir schon beisammen und bleiben es, aber eine neue Vereinigung wollen wir nicht, eben auf Grund unserer Erfahrungen. Wie soll man aber das alles dem sechsten beibringen, lange Erklärungen würden schon fast eine Aufnahme in unsern Kreis bedeuten, wir erklären lieber nichts und nehmen ihn nicht auf. Mag er noch so sehr die Lippen aufwerfen, wir stoßen ihn mit dem Ellbogen weg, aber mögen wir ihn noch so sehr wegstoßen, er kommt wieder.

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