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22/04/11

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Osvaldo Amari mi ha segnalato questo articolo. Racconta di un Venerdì Santo di 28 anni fa e mostra le foto scattate da Judith Wilsky. Ho riconosciuto in quelle foto in bianco e nero l'attenzione assorta e la capacità di cogliere dettagli preclusi ad altri, più disattenti di lei. Osvaldo mi scrive: "Judith amava la Sicilia. Ha visitato Selinunte, Palermo (che trovava molto affascinante nel suo centro storico grandioso e fatiscente), la Sicilia orientale, il barocco e la campagna divisa dai sapienti muretti di pietra a secco, le Cave di Cusa ed il mare, Segesta ed i paesi terremotati della valle del Belice. Adorava mio nonno, l’Etna (ne ha raggiunto 2 volte la vetta, ma io no), Enna". Sì, è vero, Judith amava profondamente la Sicilia. All'amore univa una inesauribile curiosità, che le faceva scovare il bello anche nei luoghi meno noti della sua città natale, Berlino, della mia città natale, Roma. In entrambi i luoghi ho avuto il dono di avventurarmi in viaggi di scoperta con lei.

Judith è Sarah delle Compagne dell'Internazionale. Quando le inviai il ritratto di lei che ho scritto nel luglio 2006, Judith mi chiese: "Ma davvero ho chiesto l'autografo a Hansi Müller?". Scoppiammo entrambe in una risata fragorosa al pensiero dei confini ai quali ci spingeva il nostro essere madri di tifosi della Beneamata.

Sarah

Sarah è berlinese fino al midollo. È originaria della Repubblica Democratica Tedesca. La sua storia giovanile ricorda le vicende de Il cielo diviso di Christa Wolf, ma da qualche tempo lei sembra piuttosto un personaggio appena uscito dalla pellicola Good bye Lenin. Dal suo amatissimo Tucholsky (è una passione che condividiamo), Sarah ha senz’altro ereditato lo spirito mordace e la battuta al fulmicotone. Sarà difficile trovare un’altra persona che coniuga perfettamente come lei uno stile di vita fricchettone spinto sovente al farsesco e un’indole raffinata che può essere facilmente presa per snobismo. Riesce a essere esasperante come il criticone de Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, ragion per cui la apostrofo spesso, benché affettuosamente, con il termine Nörglerin, brontolona. Le vittime dei suoi strali – preferibilmente gli approssimativi italici e, in alternativa, i bavaresi dall’idioma che a suo parere non può essere definito tedesco – ben conoscono la sua vis polemica inarrestabile, che detestano cordialmente. Eppure, Sarah è una compagna dell’Internazionale nel senso che ho voluto dare al filo conduttore di questa galleria di ritratti, oltre che, come è facile immaginare, nel senso storico del termine. Non ha alcun interesse per il calcio, il cui mondo – è quasi superfluo dirlo – disdegna con superiorità imperiale – nelle vene di Sarah scorre con tutta probabilità sangue Hohenzollern. C’è tuttavia un dettaglio imprevisto. Il figlio di Sarah, uno di quei ragazzi bravissimi che ti aspetti dicano da un momento all’altro: “Mamma, ma quando ti deciderai a crescere?”, un modello di saggezza e maturità, l’orgoglio di qualsiasi genitrice, ebbene, il figlio di Sarah è interista. Posso affermare con fierezza di essere stata testimone di un episodio rivelatore riguardo alla natura di compagna dell’Internazionale di Sarah, oltre che della sua sconfinata sollecitudine materna. Qualche anno fa accompagnavamo una classe in visita d’istruzione a Berlino. La tappa all’aeroporto appena inaugurato di Malpensa si trasforma in un’attesa di ore e lì ho una visione. Come un angelo di Wim Wenders, in completo immacolato, scorgo seduto in attesa come noi Hans “Hansi” Müller. La visione celestiale mette in moto, oltre a una sincera e spontanea ammirazione estetica, il mio istinto materno e corro da lui a chiedergli un autografo per mio figlio. Conversiamo amabilmente in tedesco e in italiano – Müller non sarà stato un gran giocatore, ma è uno straordinario poliglotta. Sarah è incuriosita e combattuta. Non sa chi sia il bel signore elegante con il quale sto parlando. Quando ritorno a sedermi accanto a lei, si informa, mi rivolge domande sempre più insistenti. Le faccio un breve resoconto della carriera interista del nostro eroe, le mostro soddisfatta l’autografo, sventolandolo come un trofeo e mi offro, ostentando baldanzosa generosità, di chiedere all’angelo un autografo anche per suo figlio. La scena che segue è degna di passare alla storia. Sarah si alza senza dirmi una parola, percorre la breve distanza che ci separa dal monumento vivente e rivolge, con tono insieme regale e deferente, la sua richiesta di autografo per il figlio allo squisito e stupito Hansi, che subito la accontenta. Non dimenticherò mai quel pomeriggio alla Malpensa e spesso mi chiedo se Hansi si sia reso conto che, oltre a due compagne dell’Internazionale, in quella occasione furono anche diversi giovani tifosi e tifose di squadre romane, i nostri studenti e le nostre studentesse, a essere conquistati dal suo garbo e dalla sua indiscutibile classe.

Anna Maria Curci


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Bambini a Montelepre, Venerdì Santo 1983, foto di Judith Wilsky

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